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Mons. Giuseppe Marciante: Mettiamoci in cammino

𝐌𝐞𝐭𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨𝐜𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐨!
𝐋𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐕𝐞𝐬𝐜𝐨𝐯𝐨 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐩𝐞𝐫 (𝐫𝐢)𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐝𝐨𝐧𝐢𝐞.
Carissimi fratelli e sorelle,
qualche sera fa mi trovavo nel mio studio per consultare alcuni libri, quando avvertivo, nitido e deciso, l'ululato dello scirocco. Quel vento, forte e caldo, che soffia sulle nostre coste dalle vaste dune del Sahara. Quel vento che, suo malgrado, negli ultimi mesi si è fatto foriero di tristi eventi: le forti raffiche hanno alimentato le fiammelle accese da mani criminali facendole diventare vasti roghi che, in poco tempo, hanno distrutto il nostro patrimonio boschivo. Ferito indelebilmente il Creato; spezzato vite umane e animali, mandato in fumo tante abitazioni, frutto di anni di sacrifici. La notte è stata scossa da bagliori che si sono levati alti in cielo mentre l'aria diveniva acre, quasi irrespirabile. Una pesante coltre di fumo avvolgeva i nostri occhi; stritolava le nostre coscienze. E così, ripensando a quelle tremende ore, mi tornava alla mente l’esperienza del profeta Elia nella caverna del monte Oreb:
“𝐸𝑑 𝑒𝑐𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑜̀. 𝐶𝑖 𝑓𝑢 𝑢𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑒𝑡𝑢𝑜𝑠𝑜 𝑒 𝑔𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑟𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑠𝑝𝑎𝑐𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑜𝑐𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝐷𝑜𝑝𝑜 𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑚𝑜𝑡𝑜, 𝑚𝑎 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑚𝑜𝑡𝑜. 𝐷𝑜𝑝𝑜 𝑖𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑚𝑜𝑡𝑜, 𝑢𝑛 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜, 𝑚𝑎 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜. 𝐷𝑜𝑝𝑜 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜, 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑠𝑠𝑢𝑟𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑏𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑎. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑙'𝑢𝑑𝑖̀, 𝐸𝑙𝑖𝑎 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑟𝑖̀ 𝑖𝑙 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜, 𝑢𝑠𝑐𝑖̀ 𝑒 𝑠𝑖 𝑓𝑒𝑟𝑚𝑜̀ 𝑎𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑔𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑣𝑒𝑟𝑛𝑎” (1Re 19, 11b-13).
Il Signore della Vita - pensavo - vedeva la bellezza del Creato, distrutta dalla più bella delle Sue creature. Proprio dall’uomo che, come leggiamo nel libro della Genesi, Dio aveva posto a custodia e guardia del Creato (Gen 2,15).
Mi sono allora ricordato di un libricino che lessi qualche anno fa: “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. È un racconto breve, allegorico, che in poche pagine racconta di speranza e di rinascita. Va letto lentamente, quasi assaporandone ogni parola. Cristallizzando le immagini. È la storia di un "atleta di Dio", Elzéar Bouffier, che dedica la sua vita a piantare alberi in una terra montana, arida e deserta, sferzata dai venti:
𝐷𝑎 𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑢𝑑𝑖𝑛𝑒. 𝑁𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖𝑙𝑎. 𝐷𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖𝑙𝑎, 𝑛𝑒 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖𝑚𝑖𝑙𝑎. 𝐷𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖𝑚𝑖𝑙𝑎, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑛𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀, 𝑎 𝑐𝑎𝑢𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑟𝑜𝑑𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑐’𝑒̀ 𝑑𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑣𝑒𝑑𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑒𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑃𝑟𝑜𝑣𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎. 𝑅𝑒𝑠𝑡𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖𝑚𝑖𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑟𝑐𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑖𝑢𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎. 𝐹𝑢 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙’𝑢𝑜𝑚𝑜. 𝐴𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑒𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡’𝑎𝑛𝑛𝑖. 𝐶𝑖𝑛𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑎𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒, 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑢𝑖. 𝑆𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑣𝑎 𝐸𝑙𝑧𝑒́𝑎𝑟𝑑 𝐵𝑜𝑢𝑓𝑓𝑖𝑒𝑟. 𝐴𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑖𝑛 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑢𝑟𝑎. 𝐴𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎.
Facciamo anche noi l'esperienza di Elzéar nella terra di Vergons: dopo gli incendi cosa resta della bellezza? Una coltre di carbone e cenere e scheletri neri di alberi. Ma chiediamoci: chi mai può volere il male di questa nostra terra? Chi vuole far morire le Madonie? È una domanda che dobbiamo fare nostra, non solo per quanto riguarda gli incendi, ma per tanti altri aspetti. Ricordiamo l’annosa questione della viabilità, che ha un impatto importante sulle nostre vite e, il fenomeno dello spopolamento che, al pari di una tragica e inarrestabile emorragia, rischia di cancellare una cultura unica nel suo genere. Piangono le madri nel vedere andar via i figli. Cercano una riposta i volti rugosi degli anziani che vedono andare in fumo una vita di sacrifici.
Vengono meno persino i presidi di vita: uno su tutti l’Ospedale Madonna dell’Alto a Petralia Sottana. Rischia di chiudere per carenza di medici, lasciando priva di assistenza sanitaria la popolazione delle Alte Madonie. Sono tutte logiche perverse che vogliono costringere una popolazione ad arrendersi e a fuggire. Tuttavia, la nostra fede in Gesù Cristo, Signore della Vita, non ci lascia indifferenti, ci sprona a trovare soluzioni concrete. Anche noi, come il vecchio Elzéard, siamo chiamati a farci atleti di Dio. Dobbiamo sfidare la rassegnazione. Vincere la paura. Iniziamo anche noi a piantare nuovi semi di speranza. Nella terra ferita un germoglio potrà nascere ancora più forte di prima. Prosegue il racconto:
𝑀𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑎𝑣𝑜 𝑙’𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 1913, 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑒𝑟𝑡𝑜…
𝐼𝑙 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑚𝑜 𝑒 𝑟𝑒𝑔𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 𝑙’𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑎 𝑑’𝑎𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑢𝑔𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑒𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑒𝑛𝑛𝑒. 𝐸𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑙𝑒𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜. 𝑀𝑖 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎𝑣𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑒𝑡𝑡𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑐𝑜𝑝𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖. [...] 𝑂𝑟𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑡𝑜. 𝐿’𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎. 𝐼𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑉𝑒𝑟𝑔𝑜𝑛𝑠 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑖 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑐𝑢𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎. 𝐿𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑎. 𝐸𝑟𝑎 𝑜𝑟𝑚𝑎𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒. 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑒𝑝𝑎𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑝𝑜𝑐𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑧𝑜𝑛𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑙𝑒𝑛𝑑𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑒 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀. 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑙𝑖𝑒𝑡𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑜𝑑𝑎. 𝐿𝑒 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑒 𝑓𝑜𝑛𝑡𝑖, 𝑎𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑖𝑜𝑔𝑔𝑒 𝑒 𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑣𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑟𝑖𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒, ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑒𝑠𝑜 𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒𝑟𝑒. 𝑈𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑢𝑟𝑒, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑎, 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑖, 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑒𝑛𝑡𝑢̀, 𝑚𝑜𝑣𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑑’𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑡𝑢𝑟𝑎. 𝑆𝑒 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑖𝑟𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑚𝑜𝑛𝑖𝑎, 𝑒 𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖𝑚𝑖𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎 𝐸𝑙𝑧𝑒́𝑎𝑟𝑑 𝐵𝑜𝑢𝑓𝑓𝑖𝑒𝑟. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜, 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑚𝑜𝑟𝑎𝑙𝑖, 𝑒̀ 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟 𝑢𝑠𝑐𝑖𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑑𝑖 𝐶𝑎𝑛𝑎𝑎𝑛, 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜 𝑐ℎ𝑒, 𝑚𝑎𝑙𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑎 𝑠𝑖𝑎 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒. 𝑀𝑎, 𝑠𝑒 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐’𝑒̀ 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑑’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑒 𝑑’𝑎𝑐𝑐𝑎𝑛𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑜𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑜𝑡𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑜, 𝑙’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑚𝑖 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑒𝑚𝑝𝑖𝑒 𝑑’𝑢𝑛 𝑒𝑛𝑜𝑟𝑚𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑢𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑏𝑢𝑜𝑛 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑢𝑛’𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜.
Carissimi, la rinascita è davvero possibile. Camminiamo e “piantiamo” insieme! Spinti dal sussurro del vento leggero della speranza in cui si rende presente Dio. È necessario che tutti noi facciamo sentire la nostra voce. Bisogna rimboccarsi le maniche! Non è più tempo di lamentarsi. Dobbiamo passare dal lamento all’impegno. Con l'aiuto di Dio, possiamo fare grandi cose! Iniziamo anzitutto a restituire al Creato ciò che è andato distrutto. Ho pensato ad una prima iniziativa che vuole assumere un forte valore simbolico. La piantumazione di nuovi alberi nelle zone incendiate. La ricrescita degli alberi a Vergons ha significato anche il ripopolamento del territorio. Anche noi come Elzéard inizieremo a piantare alberi. Perché rigenerino la vita. E la loro piantagione ci ricordi che, anche attraverso l’inclusione socio-lavorativa dei cittadini di Paesi terzi, è possibile avviare un percorso che porti al ripopolamento delle Madonie.
Il prossimo 20 novembre alle ore 10:30 ci ritroveremo in Contrada Monte, nella via Padre Pio, territorio tra Cefalù e Gratteri, per piantare nuovi semi di vita.
Invito i Sindaci dei Comuni che sono stati gravemente sfigurati dagli incendi a portare una zolla di terra del proprio territorio, per mettere a dimora una quercia vicino l’edicola dedicata a San Pio da Pietrelcina distrutta dall’ultimo incendio.
Invito il Corpo delle Guardie Forestali, tutte le Forze dell’Ordine, la Protezione civile, e tutti coloro che a titolo volontario si sono adoperati per lo spegnimento degli incendi.
Invito i Presidi delle scuole di ogni ordine e grado insieme ad alcuni Rappresentanti degli studenti. Nell’occasione proporrò alle scuole di rinnovare la bella tradizione della festa dell’albero che si celebra ogni anno il 21 novembre. Alcune piante verranno consegnate alle scuole per celebrare tale evento.
Invito le “Consulte giovanili” dei diversi comuni a farsi promotori presso le istituzioni locali di un progetto per la custodia della “casa comune”.
Invito i Parroci e i Responsabili della pastorale giovanile a dare inizio ad un movimento di giovani della “Laudato si”, quali sentinelle del creato.
Questi alberi segnino davvero la rinascita del nostro territorio!
Cefalù, 1 novembre 2023
Festa di Tutti i Santi

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